In questi giorni si è acceso un dibattito sui contenuti violenti dei videogiochi in concomitanza con l’aumento (almeno mediatico) degli atti di bullismo e di violenza da parte di minori. Ci sarebbero da buttare fiumi di parole sull’argomento, ma mi limito solo a fare qualche torrenziale considerazione:
- Chi ha detto che i videogiochi siano destinati ai minori? Vietare un videogioco perché violento sarebbe un provvedimento alla stregua di una censura di un film per il medesimo motivo. Suvvia, un film violento al massimo sarà destinato ad un pubblico adulto, lo stesso potrebbe valere per un videogioco. Non dimentichiamoci che il mercato dei videogiochi vede per quasi l’85% consumatori maggiorenni e che nella fascia di età compresa tra i 25 e i 55 anni si concentra più del 50% del totale dei videogiocatori (fonte: Osservatorio Permanente AESVI 2005).
- Chi ha detto che un videogioco violento sia dannoso per i bambini e gli adolescenti? L’attività del giocatore rispetto alla passività dello spettatore aiuta a comprendere ad un bambino la differenza tra realtà e finzione, in parole povere un bambino che vede un uomo in carne ed ossa come lui volare dalla finestra potrebbe confondere la realtà e credere che volare sia possibile anche per lui, difficile che ciò avvenga vedendo volare un personaggio da lui pilotato (tanto che negli anni ‘70 e ‘80 ogni tanto volava un bambino dalla finestra tentando di imitare superman o altri supereroi, negli ultimi anni non mi pare si siano visti tanti casi di bambini che vanno in giro a tagliare teste.
- Per concludere passo al pragmatico, io sono cresciuto combattendo all’ultimo sangue con Mortal Kombat, sparando chiodi a mostri nazisti in Doom e più recentemente rubando auto e facendo guerre. Non mi sento di dire che sia cresciuto proprio bene in molti aspetti, ma di certo non vado in giro a rubare auto, aborro la guerra e la violenza e non ho mai picchiato nessuno.
Credo, retoricamente, che del videogioco violento sia molto più pericoloso il mercato che cerca di abituare sin dalla tenera età a valutare le persone per quello che hanno piuttosto che per quello che sono.