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Su violenza e immigrazione

La svolta nel caso Meredith, l’arresto del fidanzato pugliese della ragazza, della coinquilina americana, probabilmente distoglierà la nostra attenzione dal fantasma dell’orco romeno. Gli assassini, purtroppo, non sono solo ROM, non vivono solo nelle baracche e nelle roulotte, ma anzi, troppo spesso, vivono nella porta accanto, in un tranquillo appartamento di studenti.
Però voglio andare un po’ controtendenza e parlare oggi del problema dell’immigrazione, perché se di certo non si può parlare di emergenza, da titolo di giornale, un problema rimane.
Sia chiaro, non vorrei essere scambiato per un integerrimo leghista xenofobo; sono convinto che le migrazioni in genere possano essere una ricchezza, però (perché c’è un però) esse vanno in qualche modo regolamentate, pilotate, non tanto per strenue difese culturali o fantastici motivi di sicurezza, ma per il benessere di tutti: immigrati e indigeni.
Il fine che una società dovrebbe avere difronte alle ondate di immigrazione è quello della massima integrazione; immaginate una comunità come quella in cui mi trovo a vivere: Un Comune di 8000 anime alle porte di Roma. Ha ricevuto la prima ondata di immigrati nei primi anni ‘90, principalmente dall’Albania e dai paesi della ex Jugoslavia, mettiamo che in tutto fossero state 6-7 famiglie, 40 anime, è ovvio che queste persone abbiano avuto la necessità di integrarsi con la comunità che li ha ospitati. Hanno dovuto chiamare idraulici italiani, i loro figli hanno dovuto trovare amici italiani, partner italiani, se si sono trovati in difficoltà hanno avuto la necessità di chiedere aiuto agli italiani.
Nel corso degli anni sono arrivate altre piccole ondate di immigrazione, molto simili alla prima, alcune integratesi più facilmente (Africa e Sudamerica) altre un po’ meno, ma obbligate ad interagire. Fino al 2006 la più grande comunità era già quella Rumena, ma comunque con cifre sostenibili. Dal 1° gennaio di quest’anno, con l’ingresso della Romania nella UE la situazione è degenerata, ricongiungimento di amici e familiari, in una manciata di mesi sono arrivate 500 persone, formando una comunità di quasi 1000 persone in un Comune con 8000 abitanti.
Ciò che è successo è evidente, la comunità romena si è chiusa in se stessa, con una propria gerarchia “istituzionale”, “leggi” della comunità e via dicendo, con contatti esterni solo per motivi di lavoro.
Una situazione simile è la culla del disagio sociale e dunque della criminalità da una parte e della non conoscenza, della paura e dunque del razzismo dall’altra.
L’esempio che ho fatto è di una piccola realtà del centro Italia, che può essere però tranquillamente rapportata in Brianza, a Bologna come ovunque.
Se nel dizionario dei sinonimi e contrari, il contrario di integrazione è disintegrazione un motivo c’è, lo scopo di un Governo non è certo quello di promuovere leggi razziste che in base al pregiudizio non diano la possibilità alle persone valide di arricchirsi ed arricchire culturalmente ed economicamente il nostro Paese, ma comunque quello di fare in modo che all’immigrazione segua l’integrazione, certo esistono tanti metodi da adottare, ma la regolamentazione è il primo di questi.

Essere di sinistra per me significa questo, cercare di rendere la vita migliore a tutti. Non significa obbedire a determinati concetti para-anarchici in materia di immigrazione.

6 Responses

  1. SKA Says:

    Fortuna che c’è ancora qualcuno che ragiona su di una problematica così seria con il cervello e non con la pancia. O con la spranga, magari nascosta dietro la schiena.
    Oltre alla certezza della pena, che non vale per gli italiani, figuriamoci per gli immigrati (comunitari o extra), credo che il punto fondamentale sia proprio quello che hai toccato tu.
    L’integrazione e quindi la necessità di non far creare dei ghetti o auto-ghetti. Nella Spagna degli ultimi 2 decenni si è applicata una normativa rivolta all’integrazione, un’incentivo anche importante relativo ad una possibilità di trovare casa, lavoro e servizi sociali. Con una clausola: chi non accetta l’incentivo, viene accompagnato gentilmente alla frontiera.
    Sintetizzato così può sembrare un ricatto, ma credo che invece sia un primo passo. Chi non vuole integrarsi, significa che non ha interesse ad essere cittadino pari agli altri.
    Sarebbe lunga.
    Un saluto

  2. Procionegobbo Says:

    Quello che mi da più fastidio è il fatto che taluni diano subito del fascista razzista a chiunque si azzardi a dire che bisogna regolamentare.
    Come dici tu “integrazione” è il concetto fondamentale sul quale dovrebbero basarsi le regole.

  3. Fiaschi Says:

    è il solito problema della sinistra italiana, o difendi l’immigrazione libera, i dipendenti statali e le caste, oppure sei un fascista.
    Per dirla con una citazione di un grande:
    “Si può essere a sinistra di tutto, ma non del buonsenso” (Enzo Biagi)

  4. ale Says:

    E’ esattamente quello che intendevo dire giovedì nell’ennesima discussione sul tema con Riccardo, come al solito tu sei più bravo di me con le parole, ma mi piace che questo messaggio possa arrivare attraverso il tuo blog a tanti perchè credo sia l’unico modo sano di affrontare quello che purtroppo, checchè ne dica Riccardo, è avvertito come un problema.

  5. federico Says:

    Va bene l’integrazione, ma è una questione di numeri. Se l’ondata è troppo grande, integrarsi è impossibile. Così si delinque. Se la maggior parte dei reati in Italia viene commesso da stranieri, un motivo ci sarà.

  6. Fiaschi Says:

    Appunto

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