Vino veritas “Vinopoli”
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Il servizio-shock dell’Espresso sullo scandalo del vino italiano ha fatto saltare sulla sedia ogni bevitore di vino nostrano, visto che lo scandalo, seppur in maniera molto diversa, ha coinvolto tutti, da alcuni anonimi* (per ora) produttori di vino a bassissimo costo confezionato nel tetra pak e presente in tutti i supermercati, ad alcune delle più celebri cantine del Consorzio del Brunello di Montalcino, del Chianti, del Passito e di altri vini e prodotti di alta qualità.
Evito di parlare dello scandalo del Brunello perché, per quanto interessante, finirei certamente nella perenne querelle tra le ragioni dell’alta qualità e quelle di mercato, ovviamente parteggiando per le prime, dimenticando comunque la frode di fondo che queste aziende hanno messo in atto.
Preferisco invece parlare del ben più grave scandalo che coinvolge il vino a basso costo e riprendere il tema trattato sull’Espresso stesso da Letizia Gabaglio: come sia possibile che il Ministero della Salute possa giustificare il silenzio sui marchi coinvolti nello scandalo con la tutela del nome dei prodotti italiani.
Cerco di sforzarmi, ma riesco solo a trovare argomenti per la dimostrzione contraria, cosa tra l’altro abbastanza evidente. Il mercato dei vini italiani a basso costo è sicuramente in crisi a causa dell’invasione in tutta Europa e in USA di vini da tavola provenienti da aree finora poco sfruttate per la produzione vinicola su larga scala, alcune delle quali anche “pericolose” per via di leggi poco restrittive sulla produzione o scarsi controlli (è molto difficile trovare sostanze proibite nel vino con delle semplici analisi, il controllo dovrebbe essere fatto dall’uva al tetrapak, come del resto avviene in Italia). Certamente, se l’esplosione di questo scandalo dovesse arrivare (cosa che accadrà) prepotentemente nell’informazione internazionale, segnerebbe di certo un duro colpo per la produzione vinicola italiana e, insieme allo scandalo diossina nelle mozzarelle, un terremoto per tutto il made in Italy.
Ma credo, come, ripeto, è evidente, che celare il nome delle aziende coinvolte nello scandalo, probabilmente involontariamente (si rifornivano da due impianti che utilizzavano sostanze cancerogene per nascondere lo zucchero) e i marchi da esse trattati non possa far altro che coinvolgere indiscriminatamente nello scandalo tutto il vino italiano, fatto in larga parte da produttori seri, magari poco rispettosi della tradizione e della qualità, ma sicuramente della salute pubblica.
Mi auguro che il nome delle aziende, tra i leaders del mercato italiano, coinvolta nello scandalo possa uscire allo scoperto il prima possibile, non tanto per instaurare un inutile processo mediatico, quanto per tutelare il lavoro di tante altre aziende oneste che potrebbero seriamente essere messe in crisi da un drastico calo dei consumi. Insomma noi italiani siamo maestri nel farci del male.
* Diciamo che coinvolta, probabilmente in maniera involontaria (anche se vendendo il vino a un euro al litro di involontario c’è poco) c’è una grandissima azienda che tanto anonima non è. Abbiamo detto che gestisce uno dei marchi più diffusi nei nostri supermercati, non è la Caviro (Tavernello e Castellino) e non è legata alla Legacoop. Fate uno più uno.
P.S. Ovviamente potete fidarvi della mia conoscenza del mercato del vino. Sono originario di San Gimignano, patria della Vernaccia, ho una ragazza ”sommeliera”, amo il vino e soprattutto porto sulle spalle un cognome che mi associa alla più nobile delle bevande sin dalle elementari.
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