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L’Operà democratica
Posted by Fiaschi in Politic, Rete e tecnologie on febbraio 26th, 2009
Qualche giorno fa sono stato a teatro a vedere un riadattamento nazionalpopolare del Don Giovanni. Questo riadattamento è stato scritto per una compagnia amatoriale che si esibisce in un teatro di Provincia, l’autore ha così cercato di accontentare un pubblico molto variegato inserendo al suo interno un po’ tutta la tradizione teatrale: c’era l’opera lirica e il dramma (come nell’originale), c’era il musical, tratti e personaggi della commedia dell’arte, la commedia popolare, i dialetti, c’era tutto insomma.
Il pubblico, me compreso, non è rimasto completamente deluso, tutti hanno trovato del buono in quello spettacolo, ma contemporaneamente tutti hanno notato “l’accozzaglia” e nessuno si è potuto dire entusiasta.
Questo spettacolo è una rappresentazione figurata del Partito Democratico, la somma di posizioni che non entusiasma e non delude (quando gli attori sono bravi). Condannato a piacere, ma a perdere.
Un partito, per avere successo, ha invece due sole strade da percorrere: quella della specializzazione (quando non è a vocazione maggioritaria), facendosi ignorare dai più, ma cercando di accaparrarsi tutto un determinato segmento di elettori (come ha fatto la Lega), oppure, quando intende rappresentare la maggioranza, quello di educare il pubblico (gli elettori) ad una posizione, che non è estrema, ma non è vaga, è definibile, riconducibile, rintracciabile e decisa come un logo aziendale, esattamente ciò che ha fatto Berlusconi.
Il PD ha preferito un’altra strada, come l’autore di questo Don Giovanni di Provincia, ha cercato di mettere insieme tutto e il contrario di tutto, inseguendo affannosamente gli elettori.
Il pubblico non sarà mai deluso, ma non andrà molto oltre un teatro di Provincia.
Che ne sarà di noi? dopodomani?

Il logo dei Giovani Democratici
In questi ultimi due giorni ho sbirciato con molto interesse i sondaggi pubblicati da Repubblica e Corriere sul toto-Segretario del Partito Democratico. Nonché le centinaia di messaggi giunti a l’Unità.
Il dato, per quanto riguarda le persone in carne ed ossa, va a premiare la chiarezza di Bersani, il coraggio di Soru e la passione della Finocchiaro, ma tutto ciò era scontato e prevedibile. Il dato più importante e allarmante è che al primo posto si piazza indiscutibilmente “un volto nuovo”.
Questo dato va oltre la semplice scelta del futuro Segretario del PD, indica la richiesta da parte dei nostri militanti di una classe dirigente nuova, ci indica come i nostri elettori siano stremati dalla gran parte dell’attuale dirigenza del centro-sinistra.
Il problema, grave, è che questa richiesta non potrà essere soddisfatta, per un assioma molto semplice: i Segretari (e i dirigenti in genere) non si tirano fuori dal cappello. Obama, per fare un esempio alla moda, prima di imbattersi nella corsa alle primarie sedeva al Senato di Washington, non faceva il farmacista a Chicago, ma il centro sinistra, il Partito Democratico, l’Ulivo, i Ds e la Margherita negli ultimi 15 anni non sono stati in grado di far crescere una nuova classe dirigente. Tra i “giovani” spendibili, abbiamo Gianni Cuperlo, Nicola Zingaretti, Enrico Letta e pochissimi altri, la statistica non è dalla nostra parte, se Lippi avesse dovuto selezionare la Nazionale tra i nati a Viterbo o a Cuneo, probabilmente non solo non avrebbe vinto i Mondiali, forse nemmeno un campionato di Provincia. Viene da sé che, a prescindere dalla validità dei nomi che ho menzionato, risulta piuttosto restrittivo dover trovare la donna o l’uomo che debba riprendere in mano le sorti del PD e del centrosinistra da una rosa di nomi grande poco più di un pugno.
Per questo credo sia necessario, chiunque sia chiamato a risollevare le nostre sorti, rimettere in piedi un sistema di selezione della classe dirigente efficace, capace di portare avanti i meritori, farli brillare (ce ne sono in grande quantità nelle federazioni e nella giovanile) non una schiera di fedeli portaborse che si spengono con i loro “padroni”, tra i quali anche per gente di calibro come quelli che ho citato precedentemente è stato difficile emergere.
Perché i Partiti si trasformano, muoiono, rinascono, vengono plasmati, ma le istanze, gli ideali, il modo di fare politica della nostra parte esisterà ancora tra 10 anni ed è nostro dovere pensare a chi saremo un domani. I trentenni del 1999 (ieri in pratica), sono i nuovi quarantenni che oggi cerchiamo e non troviamo, credo sia un dovere fare in modo che nel 2019 non ci senta costretti a porsi le stesse domande di oggi.
Che ne sarà di noi
Per il centrosinistra e il Partito Democratico il momento è certamente serio, direi grave. Le nostre difficoltà sono sotto gli occhi di tutti: siamo al minimo storico come appeal elettorale (considerando anche le precedenti esperienze dell’Ulivo), non abbiamo più una guida (forse non l’abbiamo mai avuta), c’è un’incertezza che non aveva mai preoccupato così il popolo dei nostri militanti.
Parlando e leggendo un po’ in giro, il problema principale che pare porsi è ciò che succederà (congresso oggi o domani, primarie, traghettamento, se e come cambieranno gli assetti interni), problema incentrato esclusivamente sul totocariche insomma. Noto un’assenza preoccupante del tema che a questo punto, mi pare evidente, dovrebbe essere messo al centro del dibattito, ossia la riorganizzazione. Mi piacerebbe sentire parlare più di cosa saremo, invece sento solo domande e risposte sul chi saremo.
Ci diciamo spesso che dai momenti di difficoltà possano nascere spinte nuove, insomma che dal baratro si possa uscire più forti. Ma come si può uscire rafforzati da un dibattito che non coinvolge gli errori che si sono fatti finora? Non ho mai apprezzato Veltroni con entusiasmo, eppure mi sento di dire che sono impaurito dalle sue dimissioni, impaurito dal fatto che con questo gesto si possa creare l’ennesimo capro espiatorio che, sia chiaro, in quanto Segretario è azionista di maggioranza delle cause di questa situazione, ma che è solo un tassello di un gruppo dirigente che ha fallito, di un modo di fare che coinvolge più fronti della politica interna al PD:
- Mancanza di unitarietà su praticamente tutti i temi del dibattito politico e mancanza di capacità di superare queste divisioni.
- Concentramento dell’agenda del PD sul dibattito interno, con conseguente allontanamento dal Paese, cosa che si è notata con forza a livello nazionale, ma che ha raggiunto livelli non considerabili nel dibattito locale, dove la politica si è trasformata in semplice, vuota e preistorica guerra di potere.
- Incapacità di colpire con incidenza quei sporadici casi di mancanza di morale che abbiamo visto in questi mesi, finendo per apparire tutti collusi con un modo di fare politica che invece è lontano anni luce dalla gran parte dei nostri dirigenti e militanti.
- Clientelismo a tratti dilagante.
Sono convinto però che la possibilità di riemergere, anche dal punto di vista della dignità, oltre che da quello elettorale esista e passi per la discussione. Ritengo necessario che si ricominci a discutere, ma non solo nei piani alti, ma a partire dai circoli, dalle federazioni, che il Partito torni a contare più degli eletti, a maggior ragione quando gli eletti vengono fatti calare come spiriti santi sulla poltrona dal Partito. E soprattutto che ogni dirigente senta il dovere di ascoltare ciò che viene discusso al piano inferiore, che senta il bisogno di farne tesoro e soprattutto che senta continuamente la sua poltrona appesa alla sua linea politica, non al peso suo o del suo sponsor.
Insomma, sarò controtendenza, ma sono convinto che questo partito deve tornare ad essere una macchina pesante, magari rivista in chiave moderna, più aperta, in grado di portare nel dibattito interno più esperienze, ma una macchina in grado di discutere, scegliere e mettersi in moto quando è il momento.


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